L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  sandrocchio il Mar 9 Gen 2018 - 19:16

Oggi l'Italia è un Paese che si regge sul pubblico impiego. Questo vuol dire che non crea ricchezza. Si regge in piedi perchè - parliamoci chiaro - lo mantene l'Europa. Questa oggi è l'Italia. Non si può andare avanti così. E non c'è alcuna possibilità che i partiti tradizionali ci portino fuori dal guado. E' ora di cambiare. Radicalmente. In ogni caso, non faremo la fine del Venezuela. Non per merito nostro, ma perchè l'Europa non ce lo consentirà.
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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  gus il Mar 9 Gen 2018 - 19:17

flea ha scritto:
gus ha scritto:

flea ha scritto:Di fronte a questo sfacelo ci sono due narrazioni, egualmente interessate ed ottuse.
La prima che derubrica tutto al "socialismo" (anche quando di socialista c'è poco), agli errori di Chavez (che sono enormi, in effetti);
L'altra, peggiore, è quella negazionista, che in Italia trova adepti nelle file di certa sinistra-sinistra, ma anche in molta destra, per cui questa crisi o è esagerata, o è rientrata, o non esiste, o è tutta un'impostura mediatica, le persone che protestano sono tutte fascisti o pagate dai, e tutte fasciste sono le opposizioni a Maduro,  o non è così grave, o è tutta opera degli Usa, o dell'embargo, o delle "potenze straniere" che vogliono affossare il socialismo bolivarista.
E non sono pochi in Italia, questi ultimi (a volte ritornano), tra Paolo Ferrero, e vari altri gruppettari,  e una tale Geraldina Colotti, già ex- brigatista rossa (orgogliosa e non dissociata), che, con mia grande sorpresa scriveva sul Manifesto e sul Monde Diplomatique (ancora...ancora questi deliranti residui a cui viene data possibilità di smerciare la loro ottusità e cecità, dopo aver ammorbato per anni il paese).
Per fortuna esistono persone di sinistra o di destra non cieche e non ottuse che di questa catastrofe sono in grado di fornire un quadro più articolato, con vari attori in campo.
Come questo Emiliano Téran Mantovani che fornisce 7 elementi interni ma anche esterni e premette:
"L’immagine del Venezuela dipinta dai grandi mezzi di comunicazione internazionali di tutto il mondo è senza dubbio un’immagine che esula dall’ordinario. Non ci sono dubbi che ci sia troppa confusione a riguardo, troppo manicheismo, troppi slogan, troppe manipolazioni e omissioni.
Ma al di là delle versioni instupidite della neolingua mediatica che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “crisi umanitaria”, “dittatura” o “prigionieri politici”, e della narrativa eroica del Venezuela del “socialismo” e della “rivoluzione” che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “guerra economica” o “attacco dell’imperialismo”, ci sono molte tematiche, soggetti e processi resi invisibili, che agiscono più in profondità e che costituiscono l’essenza dello scenario politico nazionale. Non è possibile comprendere la crisi attuale in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”.
Il criterio di azione e interpretazione fondato sulla logica “amico-nemico” risponde più a una disputa tra le élite dei partiti politici e dei gruppi economici che agli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e alla difesa dei beni comuni. È necessario scommettere su sguardi complessi che analizzino il processo di crisi e il conflitto nazionale, e che contribuiscano a tracciare le coordinate per affrontare e immergersi nella congiuntura attuale.


E sappiamo tutti che le grandi città ospitano immense baraccopoli. Per esempio Kibera, con un milione di persone, che si è sviluppata in piena Nairobi. Anche lì la povertà è colpa della sinistra?


No, penso semplicemente di governi e modi di vita caratterizzati - da sempre - da immensa corruzione, violenza, guerriglia tra gruppi di potere, incapacità di sostenere strumenti complessi come la democrazia, retaggi tribali etc.

Come in fondo è il caso, l'humus dei paesi sudamericani.
Parassitare un paese di milioni di persone sul mercato di una sola risorsa - per giunta esauribile, per giunta malgestita, con tanti concorrenti,  in un mondo che cerca disperatamente di farne a meno - spargendone e sprecandone senza reinvestirli in nulla,  a pioggia da una parte, un un'assistenzialismo senza sbocchi e senza reali possibilità di indipendenza e di creazione di lavoro vero, e concedendone enormi benefici e semimonopoli - quelli dati ai militari - ; nel contempo basando tutto il sostentamento - medicine, metalli, agricoltura - sull'importazione quasi totale; nel contempo mandando in malora il poco esistente produttivo, per insufficiente manutenzione, sprechi, gestione puramente ideologica, visione ristretta al giorno per giorno, ondeggiamento tra nucleare sì e il giorno dopo no,  e basando tutto questo sul carisma personale, sulla propaganda martellante, sul capro espiatorio sempre pronto - per Chavez la siccità era "opera del capitalismo" - , e sull'appoggio dei militari da una parte e di interessi stranieri - Russia e Cina - dall'altra, tutto questo non so se è "di sinistra".
In realtà è una forma miope e  micidiale di capitalismo di stato improduttivo e a breve scadenza, una sorta di "socialismo magico", con quelle commistioni indigeste tra Gesù e Marx che tanto piacciono anche in Italia.


Aggiungerei la demagogia. L'assistenzialismo è strategico: mantenere lo status quo. Senza poveri non possono esistere i ricchi ( Occidente)
Basta con i miti tipo Che Guevara.
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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  flea il Mar 9 Gen 2018 - 19:51

savita ha scritto:
flea ha scritto:


Sì Savita, ma gli errori - e per dire la verità gli aspetti "sovietici" di propaganda, complottismo, paranoia, culto della personalità, arresti, violenza, narcotraffico in mano alle élites - sono enormi.
E riguardano anche una gestione disastrosa e praticamente l'abbandono dell'industria e dell'agricoltura.
Tuttavia ho postato queste cose per mettere sopratutto in guardia dalla cecità ideologica, perché, persino di fronte a questa catastrofe - annunciata - e a quello che non è altro che un misto tra un populismo paternalistico esasperato, regime militare, e socialismo "magico", c'è e c'è stata una frotta di persone, anche divi di Hollywood, etc. che hanno inneggiato ed inneggiano al "socialismo del XXI secolo".
E che adesso dicono di levare gli scudi a difesa dell'"esperimento" e della figura di Maduro.
E' tutto un complotto...secondo loro.
Anche io penso all'Italia vedendo il Venezuela.
E diffido di quelli che portano soluzioni facili.


Avevo sottolineato solo un punto ,  relativamente al quele l'Italia potrebbe rischiare di trovarsi nelle stesse condizioni , perchè , per il resto, condividevo la  tua analisi.  Anche se del Venezuela non so molto in realtà.

 Semore realtivamente al punto " emettere moneta "   con il quale molti ritengono si possano risolvere i problemi di un paese, ecco cosa sta facendo Maduro in Venezuela ( letto oggi ) :

Venezuela emetterà criptomoneta per $6 miliardi e Maduro ordina il taglio dei prezzi
Il regime di Maduro in Venezuela sta per lanciare la sua versione dei Bitcoin per combattere la crisi, mentre ordina ai negozi di tagliare i prezzi, rischiando di aggravare la carestia alimentare già in corso.

Questione di giorni e “Petro” sarà pronta. La “criptomoneta” voluta dal presidente Nicolas Maduro per aggirare le sanzioni USA e immettere in circolazione dollari esordirà presto con 100 milioni di unità emesse, ciascuna garantita da un barile di petrolio del bacino di Orinoco. Poiché le quotazioni del greggio in Venezuela si aggirano sui 59 dollari al barile (a sconto rispetto al Brent), ciò significa che la quantità complessiva di moneta digitale che verrà emessa corrisponderà a un valore di quasi 6 miliardi di dollari.  E ben oltre 860.000 venezuelani si sono già registrati per “minare” la criptomoneta, lavorando sotto lo stretto controllo del governo, segno di quanto forte sia la disperazione tra i quasi 32 milioni di abitanti, tutti a corto di dollari e di liquidità con cui fare la spesa. (

Forte lo scetticismo di analisti ed economisti sul successo dell’operazione. Petro non sembra in grado di attirare fiducia sufficiente, a causa della cattiva gestione dell’economia da parte del governo e dell’assenza di un vero stato di diritto a Caracas, dove le voci critiche contro il regime “chavista” sono puntualmente represse, anche nel sangue. Il deputato e presidente della Commissione Finanze dell’Assemblea Nazionale, José Guerra, ha spiegato che la legge sugli idrocarburi impedisce lo sfruttamento delle riserve nel sottosuolo, ragione per cui queste non potrebbero fungere da garanzia per emettere nuova moneta.

Un altro esponente delle opposizioni, Angel Alvarado, ha pubblicato su Twitter le cifre sull’inflazione, che nel mese di dicembre sarebbe schizzata al 2.616%. La banca centrale non pubblica cifre ufficiali dalla fine del 2016. Il paese andino versa nell’iperinflazione e Maduro non ha trovato di meglio nei giorni scorsi che imporre a 214 supermercati controllati da 26 catene di tagliare i prezzi dei prodotti ai livelli del mese scorso. Mediamente, infatti, questi tendono ormai a crescere al ritmo di oltre il 50% al mese. Diversi punti vendita sono rimasti chiusi la domenica, non trovando più conveniente vendere ai prezzi imposti dal governo, scatenando le ire di centinaia di clienti in fila davanti alle saracinesche abbassate, al grido di “abbiamo fame”.

Sempre meno petrolio e più fame
 Gli USA hanno pressappoco dimezzato le importazioni di petrolio venezuelano in appena cinque anni, riducendole a 510.000 barili al giorno, un terzo dei livelli importati un paio di decenni fa.  
Prima della riforma socialista, il paese produceva il 70% del fabbisogno alimentare nazionale, mentre oggi arriva a malapena al 30% e non avendo più nemmeno dollari con cui importare dall’estero, l’esecutivo costringe i venezuelani a ridurre i consumi, anche quelli strettamente legati alla sopravvivenza.

Mentre è già in corso una crisi umanitaria, pur negata da Maduro, che preferisce parlare di “guerra economica” scatenata dagli USA per porre fine alla rivoluzione “chavista”, il peggio potrebbe arrivare con il taglio ordinato dei prezzi, il quale rischia di portare alla chiusura dei negozi e al fermo di quel poco di produzione che ancora esiste nel paese. Chi mai vorrà produrre sottocosto? E chi venderà ai prezzi di mesi addietro, quando ormai il listino va aggiornato quotidianamente per restare al passo con l’esplosione dei prezzi? Servirebbe incentivare la produzione per aumentare l’offerta e liberalizzare il cambio per rendere possibili le importazioni. Il regime opta ancora una volta per le soluzioni opposte.
 
9 gennaio 2018
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Sì, l'avevo letto.
In effetti sulla questione petrolio venezuelano e Usa, c'è un risvolto anche paradossale (da un articolo del Post del 2016)
1) Le strutture venezuelane per lo sfruttamento del petrolio, per esempio, non funzionano più: il New York Times ha raccontato che una delle piattaforme petrolifere nazionali è inattiva da settimane perché le manca un pezzo necessario al suo funzionamento. Un’altra è stata attaccata da gruppi armati che hanno saccheggiato tutto quello che potevano portare via. Gli impiegati del settore – dipendenti statali – vengono pagati pochissimo, perlopiù lavorando in condizioni di sicurezza molto precarie. La produzione è di petrolio è passata da 2,68 milioni di barili al giorno del 2014 ai 2,33 milioni dell’agosto 2016.
2) Una delle cause della grave crisi economica del Venezuela è stato proprio il crollo del prezzo del petrolio degli ultimi due anni, che ha messo in crisi l’economia di diversi paesi: da allora i profitti derivanti dalla vendita di greggio sono diminuiti sensibilmente e anche i pochi paesi che importavano il greggio venezuelano, come Cuba, hanno cominciato a fare accordi più favorevoli con altri, per esempio la Russia.
3) Per di più dall’inizio del 2016 il Venezuela ha cominciato a importare greggio dagli Stati Uniti. È un fatto che potrebbe fare alzare qualche sopracciglio, ha scritto CNN, visto che il Venezuela ha riserve per 298 miliardi di barili di petrolio: più dell’Arabia Saudita, della Russia e dell’Iran, e otto volte quelle degli Stati Uniti. Il problema – ha spiegato a CNN Nilofar Saidi, un’analista del centro studi Clipper Data – è che il greggio estratto in Venezuela è molto pesante e difficile da raffinare, e poi da vendere: è necessario mischiarlo con altri tipi di greggio più leggeri per migliorarne la qualità. Fino a non molto tempo fa il Venezuela importava il greggio “leggero” dalla Russia, dall’Angola e dalla Nigeria; ma nel dicembre 2015 il governo statunitense ha tolto il divieto di esportare il greggio verso altri paesi (un divieto che durava da 40 anni). Il governo venezuelano ne ha subito approfittato, visto che importare greggio dagli Stati Uniti è molto più conveniente che farlo dall’Africa Occidentale o dal Nordafrica. Ma è stato anche molto criticato: per decenni gli Stati Uniti sono stati descritti in Venezuela come un potere “imperialista” e farci affari ancora oggi non è ben visto.
4) I guai per il Venezuela non sono finiti qui. Spesso la compagnia petrolifera venezuelana non riesce a pagare le consegne di greggio che arrivano dall’estero. Alcune petroliere, ha raccontato il New York Times, sono costrette a rimanere in porto per giorni e giorni, aspettando un pagamento che non sempre arriva. È capitato che il greggio non venisse nemmeno scaricato e che la petroliera ritornasse da dove era arrivata. Il problema è che se il Venezuela non riesce a importare il greggio leggero dall’estero, non può mischiarlo con il suo greggio più pesante per produrre un petrolio raffinato di maggiore qualità: e non può esportarlo, rinunciando così a una delle poche entrate rimaste al governo.

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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  sandrocchio il Mar 9 Gen 2018 - 21:58

Invece di destinare alle attività produttive i soldi guadagnati con l'esportazione del petrolio, se li sono intascati. E io dovrei preoccuparmi per i Venezuelani? Cavoli loro. Facciano la rivoluzione e passino per le armi chi li ha governati. Cosa che dovrebbe succedere anche in Italia, visto che hanno distrutto un Paese, rendendolo servo delle potenze europee. Il riferimento a Prodi è tutt'altro che casuale. Chi ha massacrato l'industria pesante in Italia?
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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  flea il Mer 10 Gen 2018 - 18:53

sandrocchio ha scritto:Invece di destinare alle attività produttive i soldi guadagnati con l'esportazione del petrolio, se li sono intascati. E io dovrei preoccuparmi per i Venezuelani? Cavoli loro. Facciano la rivoluzione e passino per le armi chi li ha governati. Cosa che dovrebbe succedere anche in Italia, visto che hanno distrutto un Paese, rendendolo servo delle potenze europee. Il riferimento a Prodi è tutt'altro che casuale. Chi ha massacrato l'industria pesante in Italia?

Ti dovresti preoccupare se non altro - e modificare la tua visione atomistica che è un pò antica - per pragmatismo, e cognizione degli effetti domino.
Qualunque catastrofe in un qualunque paese ha prima o poi effetti a catena, che possono essere temporaneamente positivi per alcuni, ma anche forieri di conflitti bellici.
Per dirlo terra terra, lasciando stare quelli che ipotizzano per una serie di concause intrecciate un possibile intervento Usa nella questione - per la difesa disperata del dollaro vs. lo yen - e da questo una sorta di terza guerra mondiale, anche solo immaginare una crescita dell'influenza cinese in Sud America, esponenziale, anche perché il Venezuela ha legato col petrolio altri paesi, apre scenari in cui prima o poi saremo coinvolti.
Inoltre la crisi umanitaria venezuelana è indicativa di come i destini di un paese possono precipitare velocemente, e un popolo essere messo a terra, mentre il resto del mondo o interviene con sanzioni simboliche, o se ha interessi economici, con sanzioni reali, che a loro volta determinano altri scenari, e così via.
E tale è la ragnatela di cose collegate che non ci sarà mai un intervento che non misuri e pesi i pro e i contro, ma non nell'interesse del popolo che soffre, ma secondo gli interessi strategici implicati.
Come diceva J. Donne? "Non chiedere per chi suona la campana...ecc."

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Messaggio  sandrocchio il Mer 10 Gen 2018 - 22:15

La Cina che cerca di estendere la propria influenza sul Sudamerica. Non male come ipotesi. Sinceramente non credo che i cinesi siano così fessi,. considerando soprattutto che la manodopera a basso costo ce l'hanno già a casa loro. Perchè dovrebbero andare a pescarla nell'America Latina? Ma i problemi di politica internazionale li leggi su Topolino?
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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  sandrocchio il Mer 10 Gen 2018 - 22:18

Se io fossi il Primo Ministro cinese e un mio collaboratore mi dicesse "Il Venezuela è in crisi. Possiamo aiutarlo noi per estendere la nostra influenza nell'America Latina" sarei colto da un dubbio: lo faccio fucilare all'istante o me lo tengo stretto per darmi consigli e fare il contrario di ciò che dice?
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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  sandrocchio il Mer 10 Gen 2018 - 22:22

E' lo stesso dubbio che ebbe Stalin con Trotsky, quando quest'ultimo voleva esportare la rivoluzione invece di consolidare il regime all'interno del Paese. Stalin lo sciolse a modo suo, assumendo un killer.
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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  flea il Sab 13 Gen 2018 - 14:29

sandrocchio ha scritto:La Cina che cerca di estendere la propria influenza sul Sudamerica. Non male come ipotesi. Sinceramente non credo che i cinesi siano così fessi,. considerando soprattutto che la manodopera a basso costo ce l'hanno già a casa loro. Perchè dovrebbero andare a pescarla nell'America Latina? Ma i problemi di politica internazionale li leggi su Topolino?

No, in realtà lo sostengono più o meno tutte le riviste di geopolitica.

1) Lo scenario geopolitico in America Latina è in netta evoluzione.
E la protagonista di tali cambiamenti è la Repubblica Popolare Cinese.
Pechino, notava due anni fa Roberto Da Rin sul Sole24Ore, «ha investito in America Latina 102 miliardi di dollari in otto anni, dal 2005 al 2013. I potenziali competitor, Stati Uniti ed Europa, sono stati quindi surclassati».
Il Sud America - quasi 600 milioni di abitanti, prospettive di crescita economica sostenuta, ma anche ingenti diseguaglianze - è diventato un continente a forte influenza cinese, mentre Usa ed Europa, che per ragioni geografiche, storiche e culturali dovrebbero aver maggiori legami, sono usciti largamente sconfitti dal confronto col Dragone.
LA SVOLTA DEL 2008 CON HU JINTAO. Infatti, se è ormai assodata la presenza della Cina nello scacchiere africano, da qualche anno è in atto la sua penetrazione in America del Sud.
Una penetrazione fondata sulla stipulazione di trattati commerciali con i governi di Colombia, Venezuela - ovvero i principali produttori mondiali di petrolio, gas e carbone - Perù, Brasile, che fa parte assieme alla Cina dei cosiddetti Brics, un polo di Stati che rappresentano la nuova economia mondiale, le potenze in ascesa.

2) APPROVVIGIONAMENTO DI MATERIE PRIME. La Cina ha mosso i primi passi sul mercato sudamericano due anni prima, nel 2006, quando ha stretto accordi sul petrolio col Venezuela di Hugo Chàvez, da sempre acceso critico della globalizzazione neoliberista e della politica estera statunitense e vicino a quei Paesi ostili agli Usa come Cuba, la Corea del Nord e l'Iran.
Da quel momento il governo cinese ha avviato trattative commerciali con gli Stati limitrofi per l'approvvigionamento di materie prime, come con il Cile per il rame, il Brasile per il petrolio e l'Ecuador per l'energia idroelettrica, non dimenticando Perù (18% delle esportazioni dirette in Cina), Cile (15%), Argentina e Brasile (13%).
Giuseppe Dentice, Research Fellow per il Grande Medio Oriente, riportava che «a essere esportate sono soprattutto materie prime (rame, alluminio, argento, zinco) o prodotti agricoli come la soia, su cui si basa la produzione di carne cinese. Anche gli investimenti diretti sono in crescita, ma i 9 miliardi investiti in Sud America sono ancora lontani dai 41 investiti dalla Cina in Africa e dai 25 investiti in Europa».
Questi movimenti coinvolgono Paesi che fino a poco tempo fa erano partner politici – e commerciali – degli Usa, come nel caso della Colombia, dove il presidente Juan Manuel Santos, nell'intento di migliorare le infrastrutture, ha iniziato, col totale disappunto di Washington, a promuovere transazioni commerciali con la Repubblica Popolare Cinese e con l'Asia in generale.
3) Pechino è regista di un'iniziativa avviata nell'estate del 2014 col viaggio del premier Xi Jinping nella regione, durante il quale sono stati firmati 29 accordi di cooperazione con Cuba, rafforzati i legami col Venezuela, stipulati nuovi contratti con l’Argentina per la realizzazione di due dighe presso Santa Cruz (4,4 miliardi di dollari), per la ristrutturazione di una delle linee ferroviarie più importanti per i trasporto merci (2,1 miliardi di dollari) e per lo sviluppo della quarta centrale nucleare del Paese e la costruzione di 11 navi (423 milioni di dollari).
Il Dragone, inoltre, ha fatto investimenti per circa 7 miliardi di dollari nella compagnia pubblica brasiliana Petrobras, un’impresa oggi in crisi ma con enormi potenzialità viste le risorse stimate nel cosiddetto pre-sal, uno strato di greggio sotterraneo scoperto nell’Oceano Atlantico.
L'ASSE BRASILIA-PECHINO. Con queste prospettive, l’asse Brasilia-Pechino è destinato a crescere sempre più nei prossimi anni sulla base di una complementarietà delle due economie, come spiega Samuel Pessoa dell’Istituto di Economia Brasiliana della Fundação Getùlio Vargas.
E non è un caso se l'ex presidente brasiliana Dilma Rousseff ha firmato con Pechino un accordo per promuovere la realizzazione di una via alternativa al Canale di Panama (sotto influenza Usa), ovvero una tratta ferroviaria transcontinentale di 212 chilometri – finanziata coi capitali cinesi – capace di collegare le coste centrali del Brasile a un grande porto in Perù permettendo così di risparmiare su tempi e costi per le esportazioni di materie prime agricole e non solo (soia, cereali, ferro, rame).
Un investimento da 30 miliardi di dollari che conterebbe su una sostanziosa partecipazione di investitori cinesi, invitati a creare sul territorio nuove imprese e posti di lavoro.
Il quotidiano Folha de Sao Paulo spiega infatti che la Cina dipende sempre di più dai prodotti agricoli brasiliani, in particolare per i semi di soia.
I prestiti cinesi e gli investimenti citati non solo limitano l'influenza economica dei Stati Uniti, ma rendono il Sud America meno dipendente da organismi come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (complice anche la Nuova Banca di Sviluppo, alternativa al Fmi), offrendo un modello alternativo di finanziamento per le grandi infrastrutture, essenziale per sostenere la crescita e l’aumento della domanda interna di quei Paesi.
La strategia di Pechino ruota attorno alla Icbc, la banca d’investimento cinese incaricata di gestire i prestiti concessi ai rispettivi Paesi, e che serve per esercitare un personale soft power e garantirsi così un'ascesa pacifica nel panorama internazionale.
Ed è la cosa che gli Stati Uniti temono di più.

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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

Messaggio  flea il Sab 13 Gen 2018 - 14:33

sandrocchio ha scritto:Se io fossi il Primo Ministro cinese e un mio collaboratore mi dicesse "Il Venezuela è in crisi. Possiamo aiutarlo noi per estendere la nostra influenza nell'America Latina" sarei colto da un dubbio: lo faccio fucilare all'istante o me lo tengo stretto per darmi consigli e fare il contrario di ciò che dice?

Forse faresti bene a fare qualche ricerca e a non ricorrere alle immedesimazioni...

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Re: L'angoscia del Venezuela e il negazionismo

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