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Cesare Pavese

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Messaggio  anonimo veneziano il Dom 17 Lug 2011 - 23:25

È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell'immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

Nell'ímmobile luce del giorno lontano
s'è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d'allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d'allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

È tornata l'angoscia dei giorni lontani
quando tutta un'immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l'angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s'accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s'annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l'estate e i tepori sotto il vivido cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.

Cesare Pavese



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Messaggio  .dulcamara. il Dom 17 Lug 2011 - 23:28

Pensieri di Deola

Deola passa il mattino seduta al caffè
e nessuno la guarda. A quest'ora in città corron tutti
sotto il sole ancor fresco dell'alba. Non cerca nessuno
neanche Deola, ma fuma pacata e respira il mattino.
Fin che è stata in pensione, ha dovuto dormire a quest'ora
per rifarsi le forze: la stuoia sul letto
la sporcavano con le scarpacce soldati e operai,
i clienti che fiaccan la schiena. Ma, sole, è diverso:
si può fare un lavoro più fine, con poca fatica.
Il signore di ieri, svegliandola presto,
l'ha baciata e condotta (mi fermerei, cara,
a Torino con te, se potessi) con sè alla stazione
a augurargli huon viaggio.

E' intontita ma fresca stavolta,
e le piace esser libera, Deola, e bere il suo latte
e mangiare brioches. Stamattina è una mezza signora
e, se guarda i passanti, fa solo per non annoiarsi.
A quesr'ora in pensione si dorme e c'è puzzo di chiuso
- la padrona va a spasso - è da stupide stare lì dentro.
Per girare la sera i locali, ci vuole presenza
e in pensione, a trent'anni, quel po' che ne resta, si è perso.

Deola siede mostrando il profilo a uno specchio
e si guarda nel fresco del vetro. Un po' pallida in faccia:
non è il fumo che stagni. Corruga le ciglia.
Ci vorrebbe la voglia che aveva Marì, per durare
in pensione (perchè, cara donna, gli uomini
vengon qui per cavarsi capricci che non glieli toglie
nè la moglie nè l'innamorata) e Marì lavorava
instancabile, piena di brio e godeva salute.
I passanti davanti al caffè non distraggono Deola
che lavora soltanto la sera, con lente conquiste
nella musica del suo locale. Gettando le occhiate
a un cliente o cercandogli il piede, le piaccion le orchestre
che la fanno parere un'attrice alla scena d'amore
con un giovane ricco. Le basta un cliente
ogni sera e ha da vivere. (Forse il signore di ieri
mi portava davvero con sè). Stare sola, se vuole,
al mattino, e sedere al caffè. Non cercare nessuno.
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Messaggio  anonimo veneziano il Dom 17 Lug 2011 - 23:30

Lo spiraglio dell'alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell'alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell'alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre ‒
sei la vita, il risveglio.

Stella sperduta
nella luce dell'alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro ‒
è finita la notte.

Sei la luce e il mattino.
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Messaggio  .dulcamara. il Dom 17 Lug 2011 - 23:32

Due

Uomo e donna si guardano supini sul letto:
i due corpi si stendono grandi e spossati.
L’uomo è immobile, solo la donna respira più a lungo
e ne palpita il molle costato. Le gambe distese
sono scarne e nodose, nell’uomo. Il bisbiglio
della strada coperta di sole è alle imposte.
L’aria pesa impalpabile nella grave penombra
e raggela le gocciole di vivo sudore
sulle labbra. Gli sguardi delle teste accostate
sono uguali, ma più non ritrovano i corpi
come prima abbracciati.
Si sfiorano appena. Muove un poco le labbra la donna, che tace.
Il respiro che gonfia il costato si ferma
a uno sguardo più lungo dell’uomo. La donna
volge il viso accostandogli la bocca alla bocca.
Ma lo sguardo dell’uomo non muta nell’ombra.
Gravi e immobili pesano gli occhi negli occhi
al tepore dell’alito che ravviva il sudore,
desolati. La donna non muove il suo corpo
molle e vivo. La bocca dell’uomo s’accosta.
Ma l’immobile sguardo non muta nell’ombra.
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Messaggio  anonimo veneziano il Dom 17 Lug 2011 - 23:34

C'è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell'erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un'erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d'aria
e il prodigio sei tu. C'è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti.
La parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

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Messaggio  anonimo veneziano il Dom 17 Lug 2011 - 23:35

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
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Messaggio  anonimo veneziano il Lun 18 Lug 2011 - 22:43

Mangio un poco di cena alla chiara finestra
Nella stanza è già buio e si vede nel cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in campagna.
Mangio e guardo nel cielo - chi sa quante donne
stan mangiando a quest'ora - il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.
Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che tra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi, e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale , così com’è fermo il mio corpo.
Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusio di silenzio
Ogni cosa nel buio la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acqua tra l’ erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.
Non importa la notte. Il quadrato del cielo
mi sussurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte di nuovo, lontana dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone
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Messaggio  anonimo veneziano il Dom 7 Ago 2011 - 20:15

Una pagina del diario

''Mi strugge l’anima perdutamente
il desiderio d’una donna viva,
spirito e carne, da poterla stringere
senza ritegno e scuoterla, abbracciato
il mio corpo al suo corpo sussultante
ma poi, in altri giorni più sereni,
starle d’accanto dolcemente, senza
più un pensiero carnale, a contemplare
quel suo viso soave di fanciullo
ignaro, come avvolto in un dolore
e ascoltare la sua voce leggera
parlarmi lentamente, come in sogno…
''

***
''Senza una donna da serrarmi al cuore!
Mai l’ebbi e mai l’avrò. Solo, stremato
da desideri immensi di passione
e pensieri incessanti, senza meta…
''
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Messaggio  mirf il Lun 8 Ago 2011 - 14:12

https://www.youtube.com/watch?v=u-Dd3Ud0Zwo#t=1m02s

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
mirf
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Messaggio  .dulcamara. il Gio 11 Ago 2011 - 16:00

I gatti lo sapranno

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l'alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
si saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l'alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.

Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffieremo nell'alba,
viso di primavera.
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Messaggio  anonimo veneziano il Mer 24 Ago 2011 - 23:08

I mattini passano chiari
e deserti. Così i tuoi occhi
s'aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d'immobile luce.
Taceva. Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest'ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
E' buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.
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Messaggio  anonimo veneziano il Gio 8 Set 2011 - 11:42

Cesare Pavese Cesarec

Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest'ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.




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Messaggio  anonimo veneziano il Mer 21 Set 2011 - 21:08

È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell'immobile strada. Ogni cosa è riemersa.
Nell'ímmobile luce del giorno lontano
s'è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d'allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d'allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.
È tornata l'angoscia dei giorni lontani
quando tutta un'immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l'angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s'accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s'annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l'estate e i tepori sotto il vivido cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano
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Messaggio  vanity il Ven 28 Ott 2011 - 21:10



Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, Come
... ... cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.

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Messaggio  anonimo veneziano il Ven 4 Nov 2011 - 23:35

'' È bello svegliarsi e non farsi illusioni. Ci si sente liberi e responsabili.

Una forza tremenda è in noi, la libertà. Si può toccare l'innocenza.

Si è disposti a soffrire ''
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Messaggio  .dulcamara. il Gio 24 Nov 2011 - 14:59

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/news/articolo/lstp/431425/


Pavese: cantami o Circe

Bianca Garufi e Cesare Pavese
Raccolto per la prima volta il carteggio completo dello scrittore con Bianca Garufi, la donna che più ha influito sulla sua creatività

LORENZO MONDO

Bianca Garufi, si sa, è stata la donna che più ha contato per Cesare Pavese dal punto di vista creativo. Anche per questo appare stimolante metterla a confronto con lui attraverso il loro carteggio pubblicato per la prima volta nella sua completezza. Ne va dato merito a Mariarosa Masoero che, avvalendosi della confidenza ottenuta in vita da Bianca, ha potuto disporre delle carte postume e in particolare delle lettere, mettendo a frutto per il ricco apparato di note il suo talento investigativo ( Una bellissima coppia discorde , a cura di Mariarosa Masoero, Olschki, 162 pagine, 20 euro). Sicché nulla ormai ci sfugge di questo importante segmento della biografia pavesiana. Il carteggio prende avvio dal l945, a ridosso del «magnifico autunno» che vide nascere a Roma l’amore tra Cesare e l’avvenente siciliana, e si conclude nel 1950, con accenti di placata lontananza.

L’esordio del loro rapporto, prima ancora che avvampasse la passione, sembra suggerire un mutuo riconoscimento di natura intellettuale: «Hai un modo di dire le cose scrive Pavese - che fa venire in mente i graffiti preistorici: qualcosa di tranquillamente familiare e insieme mitologico». È quasi il preannuncio del comune interesse per il mondo delle origini, che troverà espressione nei Dialoghi con Leucò . La donna lascerà intendere di avere ispirato il primo di essi, Le streghe : «Ti dicevo ogni tanto di prenderti Circe e di manipolarla a piacere». La manipolazione letteraria arriva a identificare Bianca con l’antica maga, a prestare le sue fattezze all’Artemide della Belva : «Una magra ragazza selvatica», con «quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro». Un’aura mitica che ricorre nel breve, intenso canzoniere dedicato a lei («Terra rossa, terra nera / tu vieni dal mare...»), poesie che Cesare scrisse «per l’amore e il dolore di me».

Sono le trasposizioni di un legame che si è fatto d’un subito intimo e travolgente: «Tu sei veramente una fiamma che scalda ma bisogna proteggere dal vento. A volte non so se un mio gesto tende a scaldarmi o a proteggerti. Anzi allora m’immagino di fare le due cose insieme e questa è tutta la mia e la tua tenerezza come una cosa sola». È il momento in cui Pavese intravede la possibilità di una dedizione assoluta, che riscatti ogni contrarietà, del rapporto sessuale, del temperamento, della sua stessa masochistica ombrosità. Ma la donna, dopo una parentesi di «carnale convivenza», rilutta davanti alle profferte di matrimonio, insiste a considerarlo «un’anima gemella», sostiene di provare per lui «un sentimento familiare che so come fra fratelli e sorelle o come appartenenti alla stessa razza».

Il brusco distacco avviene con il primo gennaio 1946, quando Bianca rassegna le dimissioni dalla casa editrice Einaudi (dove entrambi lavorano alla sede romana). Delibera di ritirarsi in una Casa della Salute a Uscio, presso Genova, dove riflettere, in una solitudine pressoché monacale, sulla propria vita. In questi mesi intrattiene una fitta corrispondenza con Cesare per scrivere a quattro mani il romanzo «bisessuato» che uscirà postumo con il titolo di Fuoco grande . L’applicazione alla scrittura, e il magistero che esercita su Bianca, valgono per Pavese come compensazione al fallimento amoroso. Non sopporta tuttavia la sua irrequietezza, lo scoraggiamento, «l’andazzo di sfiorare un’occupazione e poi mollarla, more solito ». Bianca, che è tentata dal lavoro di traduzione e non rinuncerà a scrivere romanzi, racconti, poesie, non ne fa come Cesare una ragione di vita («Io sono una scrittrice - afferma con ironia - come tu sei un essere umano»). Già sta maturando in lei la svolta che la porterà, dopo lunghi studi, a praticare la psicoterapia junghiana. Per Cesare, invece, la letteratura - quasi con valore di scambio - ha l’assolutezza che pretendeva dall’amore.

Nonostante le consuete bruscherie e reprimende, non mancherà di esserle vicino quando sarà afflitta dalla cattiva salute e dalle ristrettezze economiche, sforzandosi di corrispondere all’insistente richiesta di nondissipare l’antica dolcezza. Ma le lettere vanno diradandosi. L’ultima conservata, del 3 febbraio 1950, è di Cesare. È stato a Roma, ma non ha trovato il tempo di incontrarla. Qualcuno gli ha detto di avere visto la donna venuta dal mare rivestita di un camice bianco: «... facevi non so se la chirurga o la psicanalista». Una coda la troviamo nel diario di Bianca, in cui affiora un vago senso di colpa: «Ho scritto, su queste pagine, che Pavese si è suicidato? (...). Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare? Io forse, adesso, ti potevo aiutare».
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Messaggio  anonimo veneziano il Mer 15 Feb 2012 - 21:27

Il vino triste

La fatica è sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da sé. Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l'uomo solo non può non pensare al lavoro)
ridiventa l'antico destino che è bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz'aria, dolenti, come fossero ciechi.

Se quest'uomo si rialza e va a casa a dormire,
pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
può sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
Può sbucare una donna e distendersi in strada,
bella e giovane, sotto un altr'uomo, gemendo
come un tempo una donna gemeva con lui.
Ma quest'uomo non vede. Va a casa a dormire
e la vita non è che un ronzio di silenzio.

A spogliarlo, quest'uomo, si trovano membra sfinite
e del pelo brutale, qua e là. Chi direbbe
che in quest'uomo trascorrono tiepide vene
dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
e bagnato di lacrime, adesso che l'uomo
giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.



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Messaggio  anonimo veneziano il Lun 16 Apr 2012 - 21:29

Sogno

Ride ancora il tuo corpo all'acuta carezza
della mano o dell'aria, e ritrova nell'aria
qualche volta altri corpi? Ne ritornano tanti
da un tremore dei sangue, da un nulla. Anche il corpo
che si stese al tuo fianco, ti ricerca in quel nulla.

Era un gioco leggero pensare che un giorno
la carezza dell'aria sarebbe riemersa
improvviso ricordo nel nulla. Il tuo corpo
si sarebbe svegliato un mattino, amoroso
del suo stesso tepore, sotto l'alba deserta.
Un acuto ricordo ti avrebbe percorsa
e un acuto sorriso. Quell'alba non torna?

Si sarebbe premuta al tuo corpo nell'aria
quella fresca carezza, nell'intimo sangue,
e tu avresti saputo che il tiepido istante
rispondeva nell'alba a un tremore diverso,
un tremore dal nulla. L'avresti saputo
come un giorno lontano sapevi che un corpo
era steso al tuo fianco.
Dormivi leggera
sotto un'aria ridente di labili corpi,
amorosa di un nulla. E l'acuto sorriso
ti percorse sbarrandoti gli occhi stupiti.
Non è piú ritornata, dal nulla, quell'alba?

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Messaggio  anonimo veneziano il Dom 6 Mag 2012 - 22:26

Cesare Pavese Colori10

E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore-perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.


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Messaggio  anonimo veneziano il Sab 26 Mag 2012 - 22:41

Cesare Pavese 468px-10

'Innanzi al quadro di D.G.Rossetti'.

"Beata Beatrix"
Tenue, velata dal sogno divino
che gonfiò l'anima del suo poeta
angosciosamente una segreta
passione mostra sul volto supino.
Sorge dall'ombra ed un lento mattino
le piove tra le mani una quieta
luce che il cuore pianamente acqueta
e le imbianca il volto alabastrino.
Assorta in un pensiero ella l'amore
del pauroso giovane non sente,
abbassa gli occhi sul volto rapito,
sul volto che protende a un infinito
dolore, muta rassegnatamente
e un colombo le posa in grembo un fiore


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Messaggio  anonimo veneziano il Mar 17 Lug 2012 - 22:49

"Il pensiero di te e un ricordo o un’idea indegni, brutti, non s’accordano.
Ti amo.
Cara Connie, di questa parola so tutto il peso - l’orrore e la meraviglia - eppure te la dico,
quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me."
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Messaggio  vanity il Mer 18 Lug 2012 - 0:01

"Anche se tu qui non sei
i miei occhi, di te, di tutto,
sono pieni"
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Messaggio  anonimo veneziano il Mer 18 Lug 2012 - 22:14

"Eppure tu sarai per me per sempre
 la mia anima più vera
che mai conoscerò,
perché racchiudi in te l' ansia della mia vita,
la limpidezza azzurra delle origini,
il grande sogno sereno,
che si travaglia dentro l' esistenza
e si trasforma nela febbre atroce
 che mi rigetta e affascina.".


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Messaggio  anonimo veneziano il Lun 14 Gen 2013 - 21:11

Cesare Pavese 7223f710

«Appena fuori della luce del locale, si era soli sotto le stelle, in un baccano di grilli e di rospi.
Io avrei voluto portarmela in quella campagna, tra i meli, i boschetti, o anche soltanto l’erba
corta dei ciglioni, rovesciarla su quella terra, dare un senso a tutto il baccano sotto le stelle».

tratto da “La luna e i falò”
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Messaggio  .dulcamara. il Lun 14 Gen 2013 - 21:57

Due sigarette

Ogni notte è la liberazione. Si guarda i riflessi
dell'asfalto sui corsi che si aprono lucidi al vento.
Ogni rado passante ha una faccia e una storia.
Ma a quest'ora non c'è più stanchezza: i lampioni a migliaia
sono tutti per chi si sofferma a sfregare un cerino.

La fiammella si spegne sul volto alla donna
che mi ha chiesto un cerino. Si spegne nel vento
e la donna delusa ne chiede un secondo
che si spegne: la donna ora ride sommessa.
Qui possiamo parlare a voce alta e gridare,
che nessuno ci sente. Leviamo gli sguardi
alle tante finestre - occhi spenti che dormono -
e attendiamo. La donna si stringe le spalle
e si lagna che ha perso la sciarpa a colori
che la notte faceva da stufa. Ma basta appoggiarci
contro l'angolo e il vento non è più che un soffio.
Sull'asfalto consunto c'è già un mozzicone.
Questa sciarpa veniva da Rio, ma dice la donna
che è contenta d'averla perduta, perchè mi ha incontrato.
Se la sciarpa veniva da Rio, è passata di notte
sull'oceano inondato di luce dal gran transatlantico.
Certo, notti di vento. E' il regalo di un suo marinaio.
Non c'è più il marinaio. La donna bisbiglia
che, se salgo con lei, me ne mostra il ritratto
ricciolino e abbronzato. Viaggiava su sporchi vapori
e puliva le macchine: io sono più bello.

Sull'asfalto c'è due mozziconi. Guardiamo nel cielo:
la finestra là in alto - mi addita la donna - la nostra.
Ma lassù non c'è stufa. La notte, i vapori sperduti
hanno pochi fanali o soltanto le stelle.
Traversiamo l'asfalto a braccetto, giocando a scaldarci.
.dulcamara.
.dulcamara.
insuperabile
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